Si apre in una nuova scheda

I pericoli di una resilienza resistente

Giovanni Ferrari.
Socio di Vallum ETS – Esperto Difesa Civile e CBRN, già Esperto NATO per i Piani Civili d’Emergenza in Analisi e Gestione delle Conseguenze

Il Quartier Generale della NATO a Bruxelles è una fucina di idee e di pensiero di altissimo livello, non solo militare, anche civile. La contemporanea presenza di culture le più diverse, il modo altamente professionale di collaborare al raggiungimento dello scopo finale, la necessità di studiare bene ogni argomento per evitare conflitti politici tra alleati, l’usuale possibilità di un processo di formazione delle idee dal basso e non su ordini dall’alto, tutto ciò ha consentito lo sviluppo di idee innovative, nel campo della protezione delle Nazioni Alleate, della gestione delle emergenze e del governo delle crisi. Tale è la problematica “resilienza” così come è stata affrontata dall’Alleanza Atlantica.

Essere resilienti vuol dire che, se colpiti, siamo in grado di tornare alle condizioni quo ante in tempi congrui. La dottrina è ancora più attenta; essere resilienti vuol dire anche essere in grado di trarre lezioni dal colpo subito, dai danni conseguenti, dai fallimenti o successi del processo decisionale successivo per fare in modo che una simile situazione non si verifichi più o che se ne esca più rapidamente.

Le capacità di resilienza comportano una lunga preparazione, che si sviluppa prima dello shock ma con una funzionalità che si manifesta nel tempo, quando il colpo si è verificato. In questo senso, la resistenza all’attacco è uno degli esiti perseguiti e attesi nel prepararsi alla resilienza, in quanto quest’ultima è costruita attraverso la preparazione, la prevenzione e le esercitazioni, tutte attività comunque centrali per prepararsi anche a resistere ai colpi. Al resistere si accompagnano poi le capacità di risposta, recupero e adattamento.

La problematica “resilienza” fu affrontata formalmente e ufficialmente nel Summit di Varsavia del 2016. Evidentemente ciò comporta che da ben prima i competenti Uffici del Q.G. NATO si stavano occupando, in concorso con le Rappresentanze delle Nazioni lì presenti, della predisposizione delle argomentazioni. L’analisi delle fattispecie e delle sue logiche di applicazione, nonché il lavoro di mediazione per la diffusione della materia tra gli Alleati, hanno portato alla stesura di un elenco di cose da fare o, meglio, di potenziali obiettivi da raggiungere, indicando quali siano i campi coinvolti. Variazioni sono state effettuate ai testi ufficiali nel corso degli anni. Il documento NATO del 15 settembre 2026, che è consultabile al seguente link: https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2026/09/15/2026-resilience-baseline-requirements, ne costituisce lo stato dell’arte a tutt’oggi.

Entrando nel merito, l’articolo 3 del Trattato “Allo scopo di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e accresceranno la loro capacità individuale e collettiva di resistere ad un attacco armato.” parla esclusivamente di resistenza. È sempre su quella che ci si è concentrati per la preparazione.

Ora, nei discorsi e sui documenti, si rileva che si tende continuamente, in modo acritico, a unire il concetto di avere una buona resilienza alla potenzialità di aumentare in tal modo la resistenza a un’azione nemica, vedendo però la cosa non come comunanza di metodi di preparazione, bensì sotto il punto di vista, forse un po’ semplicistico e anche pericoloso per certi aspetti, di ritenere che l’avversario, sapendo che siamo resilienti, non sprecherebbe risorse per condurre quelli che sarebbero (secondo noi) inutili attacchi.

Legare anche la resilienza all’articolo 3, senza spiegazioni specifiche, seguendo l’idea che una Nazione fortemente resiliente è automaticamente anche resistente, potrebbe condurci al rischio di fuorviare le logiche che dovrebbero essere seguite per cercare realmente di raggiungere un certo qual grado di resilienza. La resilienza non può essere considerata, sic et simpliciter, un aspetto della “deterrenza per diniego”, che punterebbe a convincere l’avversario che un attacco non raggiungerebbe comunque i suoi obiettivi. Potenzialmente potrà anche essere così o, molto più probabilmente, comunque il nemico attaccherebbe, magari con mezzi e metodi inattesi (ecco uno degli aspetti per cui la resilienza si verifica dopo, nel tempo), perseguendo l’obiettivo di costringerci a un ripristino lungo e oneroso, assorbendo risorse altrimenti disponibili per altre esigenze civili e militari. Anche questa eventualità deve essere considerata nella preparazione alla resilienza.

Che si sia resistenti lo si capisce dalla realtà conosciuta e, in ultima analisi, dall’impatto ricevuto. Capire di essere resilienti è invece un processo anche di anni, dopo che il colpo è stato sferrato. Che colpo? Non ne abbiamo idea, ma che ci importa, comunque noi siamo tanto resilienti (autoconvinzione). Ma che ne sappiamo come si configurerà il colpo e se per quell’occasione, nel governarne le conseguenze, ci dimostreremo realmente resilienti? Le capacità delle Nazioni si erodono, si infiacchiscono, è impossibile ritenere che si sia in grado eternamente di mantenere sempre adeguati al progresso e alle capacità degli avversari le proprie strutture, infrastrutture, connessioni e interconnessioni delle risorse, dei mercati, delle capacità economiche, sociali, politiche e militari.

Quello che segue è il primo paragrafo del testo del documento del 15 settembre. L’ultima parte della dichiarazione fa capire come la NATO abbia ben chiaro che una buona resilienza, quindi una resilienza delle strutture di governo e dell’intera società, dimostri certamente la determinazione alleata ma “attenui” (non elimini) l’intimidazione strategica degli avversari.

“1.       NATO’s military adaptation must be met with faster, stronger and more consistent efforts to strengthen resilience, especially civil support to military operations. This is especially true as the Alliance becomes increasingly interconnected, geographically and across domains, and where challenges to the resilience of an Ally may have cascading effects throughout SACEUR’s Area of Responsibility (AOR). The fulfilment of national civilian planning against operational requirements, including the Host Nation Support Minimum Operational Requirements (MORs), reinforces credible deterrence and defence by ensuring that military forces are adequately supported with civilian resources and infrastructure. Further, strengthening resilience through a whole-of-government and whole-of-society approach demonstrates the Alliance’s resolve and blunts our adversaries’ strategic intimidation.”

È quindi evidente che la resilienza può aumentare il fattore di resistenza ma non impedisce che il nemico colpisca e, se colpisce con sufficiente forza, possa creare danni e conseguenze che, comunque, saranno attenuate in tempi congrui solo se la preparazione della Nazione, la sua resilienza, sia atta allo scopo.

Non è semplicisticamente la voglia di trovare il pelo nell’uovo. È pericoloso parlare di resistenza quando si cerca la resilienza perché la classe dirigente, la catena decisionale alta, e quindi il pianificatore alla fine, prendono malissimo il concetto di stabilire con chiarezza le proprie difficoltà e incapacità, in seguito alle quali i colpi del nemico sarebbero assolutamente devastanti.

Per pianificare la propria resilienza, per studiare le concatenazioni societarie e gli effetti domino, occorre limpidezza di pensiero e l’esclusione totale del politicamente corretto. È necessario accettare il fatto che, qualunque sia la nostra preparazione, il nemico possa colpirci e farci molto male. È a partire da questa consapevolezza che occorre studiare preventivamente le vulnerabilità, i possibili effetti a cascata e i modi per attenuarne le conseguenze.